27100 Pavia, Italy 

© 2017 by Fedegari Group

Publication made with the patronage of S.E. Ambassador
of Italy in the Dominican Republic, Andrea Canepari
and with the contribution of Fedegari Group.

Pavia è povera, anzi poverissima di resti del suo più antico Passato. 

Eppure il Passato non solo si manifesta in testimonianze singole di immediata evidenza o di facile riconoscibilità, quali una statua, un'epigrafe, un monumento, ma spesso su grande scala si trova incorporato e quasi nascosto nel Presente, in realtà urbane, paesaggistiche ed ambientali, nelle quali gli uomini abitualmente vivono senza rendersi conto del debito profondo che hanno con l'antichità: una sorta di straordinaria inavvertita continuità nel tempo. Ne è esempio la perfetta geometria della figura urbana di Pavia: le strade attuali ricalcano le strade antiche e la planimetria risale direttamente alla pianificazione del I secolo a.C.

Sfugge ai più un fenomeno imponente che ci coinvolge tutti ogni giorno: quando muoviamo nel centro storico, seguiamo direzioni di percorso derivate in ultima analisi dalle precise scelte operate dai Romani in obbedienza alle norme di esposizione della città ai venti e al sole e in accordo con l'antica direzione della corrente del Ticino.

Il grande assetto geometrico della pianura a Nord di Pavia, che i Romani elaborarono sapientemente nel I secolo a.C., esercitò nel corso dei tempi una funzione primaria nell'attrarre e distribuire ordinatamente l'insediamento di paesi e cascine. Le origini e le forme degli abitati di Lomello, Dorno e di Cozzo strettamente dipendono dalla grande via della Lomellina, che portava fino alla "fine del mondo" (Oceano Atlantico, mare del Nord), ancora oggi evidente a lungo sul terreno nel tracciato antico, a più di 2000 anni dalla costruzione. Sono questi i luoghi, le cui tracce appaiono durevolmente fissate nella "memoria della terra", che si mostra spesso assai più tenace di quella degli uomini nel conservare e trasmettere i caratteri di un tempo. Vi sono poi i luoghi, le cui tracce appaiono durevolmente fissate nella "memoria della terra", che si mostra spesso assai più tenace di quella degli uomini nel conservare e trasmettere i caratteri di un tempo.

Vi sono poi i luoghi che per le caratteristiche e l'aspetto naturale possiedono una capacità "favolosa" e spesso inducono la gente comune ad interpretare soggettivamente e fantasticamente complesse realtà ambientali e storiche. Sommo, estremo limite della Lomellina verso il Po, dall'età romana, nella riflessione di poeti e di storici locali un punto critico dell'instabile rapporto degli uomini con le terre e con le acque; la grande cavità del Siccomario, che si spalanca dove un tempo confluivano i fiumi Ticino e Po più vicino a Pavia, fu intesa come un mare antichissimo, da cui le acque lentamente si ritirarono cedendo alle terre; a Santa Sofia, dominante dall'alto in solitudine la valle profonda del Ticino. La tradizione medioevale collocò la fondazione di Pavia prima che i Galli per un segnale divino si trasferissero sul luogo dell'attuale Pavia. 

Antichi scritti, tradizioni storiche locali, documenti in pergamene e carte storiche, rilievi aerei e satellitari recenti e recentissimi, alla cui evidenza ha contribuito la perizia di Fiorenzo Cantalupi, sono state a fondamento della Mostra che la Biblioteca Universitaria di Pavia ha ospitato nel Salone Teresiano dal 24 Settembre al 16 Novembre 2016. Viva gratitudine va da un lato alla Biblioteca Universitaria, dall'altro a Giuseppe e Paolo Fedegari che hanno pensato di tradurre in un libro immagini e testi per illustrare le origini della loro città natale.

Chi scrive muove dalla persuasione che gli uomini instaurano con i luoghi in cui vivono un rapporto che si ripete e si rinnova di giorno in giorno: dalla consuetudine ha origine la conoscenza e il senso di appartenenza, dalla conoscenza e dal senso di appartenenza il rispetto, dal rispetto la tutela di un bene comune da trasmettere non offeso alle generazioni future. 

INTRODUZIONE 

La tenacia della memoria della terra 

Ciò che siamo oggi è il prodotto di una lunga evoluzione, di un cammino iniziato migliaia di anni orsono. Ciò che la globalizzazione oggi cerca di nascondere, ciò che demagoghi incapaci cercano di omologare distruggendo secoli di esperienza, noi oggi vogliamo riscoprire e valorizzare.

 

Fedegari è un’azienda unica sul mercato in cui opera, non unica in Italia.

Un prodotto come quello di Fedegari poteva nascere solo in un ambiente che mette al centro dei propri valori la famiglia, l’etica del lavoro, lo spirito di sacrificio, la manualità e il senso del dovere prendendo esempio dalle testimonianze di chi nel passato ha reso unica la nostra nazione e la nostra civiltà.

 

L’azienda nasce dalla ferrea volontà di due fratelli - Fortunato e Gianpiero - di creare i migliori sterilizzatori al mondo.

La concretezza, scevra di ogni mondanità mediatica, al limite dell’arroganza, è alla base di ogni decisione dal primo giorno della fondazione.

Nessuna improvvisazione. Solo conoscenze acquisite con l’esperienza, sporcandosi le mani.

Nessun obiettivo economico diretto. Solo l’ambizione di superare i rivali, chiunque e ovunque essi siano.

Una vita senza pace, guidati dai valori di chi ci ha preceduti, in famiglia, ma anche secoli addietro, da chi non ha mai avuto paura di sfidare il mondo, armato solo del proprio coraggio e del proprio ingegno. Ecco perché Fedegari poteva nascere solo in Italia.

 

Non è possibile decontestualizzare un’impresa come questa che sfugge alla logica imperante della globalizzazione. Quindi è importante comprendere quanto il territorio, la sua storia e i Padri - appunto - hanno influito sulla nascita e sullo sviluppo dell’impresa. Impresa fatta di uomini, sempre differenti gli uni dagli altri. Semplicemente unici.

 

Scoprire il lavoro di Pierluigi Tozzi e Fiorenzo Cantalupi ha permesso di comprendere come l’ambiente e la Storia che ci circondano hanno influito sulla nostra crescita e sulle nostre scelte strategiche.

La macchina come l’opera dell’uomo. Non intesa come manufatto per generare profitto, ma come segno del proprio passaggio, del proprio saper fare.

 

Spesso, per comprendere quanto abbiamo sotto gli occhi quotidianamente, dobbiamo cambiare il nostro punto di vista. Ciò che hanno fatto Pierluigi Tozzi e Fiorenzo Cantalupi. Alzandosi in cielo hanno saputo dare valore a quanto ci circonda ma che sovente non vediamo.

Un volume questo che fa riflettere sul valore di chi ci ha preceduti, ma soprattutto di chi ha fatto. Perché solo il fare resta a testimonianza futura del nostro passaggio.

 

Questo libro lo dedichiamo alla nostra famiglia che ci ha trasmesso tutti questi valori, alla nostra Pavia che ci ha dato i natali, ai nostri uomini e alle nostre donne che, oggi in diverse parti del mondo, li hanno condivisi e ci hanno donato il bene più importante: la loro fiducia.

 

PREFAZIONE 

La tenacia della volontà 

- Giuseppe & Paolo -

              Fedegari 

La modernità, nel suo delirio di onnipotenza, ha ucciso la sacralità e la polifonia di voci contenute nei luoghi.

Raffaele Milani in L’arte delle città. Filosofia, natura, architettura parla di un processo di mondializzazione: «Dai luoghi del pensiero e della civiltà artistica dell’Occidente nasce una nuova direzione del gusto: il piacere del disorientamento, della perdita del centro, di una identità dell’uguale».

 

Frammentazione, caos e accettazione incondizionata della precarietà sono i tratti fondamentali che delineano il postmodernismo, in cui a vincere è l’istante e a dominare è l’usa-e-getta. Valori, rapporti umani e luoghi sono sottoposti alla medesima mercificazione. Lo spazio e il tempo sono in costante accelerazione e contrazione, con la concezione stessa dello spazio tridimensionale a venir plasmata da un’esigenza di tempo sempre più breve.

 

Siamo uomini smemorati, per volontà, necessità o consuetudine, e godiamo di questo spazio vuoto progettando l’amnesia. La mobilità geografica, la delocalizzazione e il trasferimento di capitali hanno liquefatto ogni barriera fisica. Ciò che rimane è un immenso villaggio globale in cui la socialità è virtuale, non più tangibile ma immateriale.

 

Stiamo spezzando l’antica alleanza che da sempre ha unito i popoli ai propri luoghi, quella complicità di storia e natura attraverso la quale l’uomo afferma nel contempo la propria identità ed eternità. «Innumerevoli gesti, abitudini, costumi, modi di organizzare il tempo e lo spazio, ci vengono, come direbbe Barrès, dai morti» [^C. Todorov, L’uomo spaesato]. Le tradizioni non tradiscono, rappresentano quel sano radicamento nel passato su cui basare la costruzione di un futuro ancora fragile e incerto.

 

Pánta rêi. Tutto scorre, tutto migra. Dall’orgoglio di appartenenza alla vigliaccheria di un capitalismo che con la conquista del mercato ha sconfitto le origini. L’homo oeconomicus in nome della globalizzazione si sta giocando le nostre radici, sociali, territoriali e professionali. Un automa duttile e malleabile che si riduce a un essere «senza qualità». Evviva il multitasking, il multidisciplinare e l'essere apolide. Precarietà e mobilità sono l’incudine e il martello con cui comprimere i neo kulaki. «Per ucciderli si è dovuto spiegare che i kulaki non erano uomini. Sì, come quando i tedeschi dicevano: i giudei non sono uomini. Allo stesso modo Lenin e Stalin: i kulaki non sono uomini. Ma questa è una menzogna! Uomini! Uomini erano. Tutti uomini» [^V. Grossman, Tutto scorre]. Questa è la tragedia, questo il nostro destino.

 

Cosa ci salva?

 

Gustav Le Bon già nel 1895 ammoniva: «L’epoca in cui entriamo sarà veramente l’età delle folle»; il diritto divino delle masse che avrebbe distrutto ogni sovranità e ogni civiltà. La multiculturalità, da potenziale ricchezza, ha solamente amplificato il senso della diversità a discapito del senso dell’altro, colui che è accanto, e della propria identità culturale. Byung-Chul Han ben delinea la solitudine e la disgregazione che caratterizzano l’attuale forma sociale, «il crescente egotismo e l’atomizzazione della società restringono radicalmente gli spazi dell’agire comune». Il socius cede il passo al solus, la solidarietà scompare e la privatizzazione si estende fino all’anima. Ai nuovi abitanti digitali «manca la spiritualità del riunirsi, che produrrebbe un Noi».

 

A salvarci è dunque un rinnovato radicamento. Nell’epoca delle tecnoscienze e delle passioni tristi è doveroso il compito che si pone questo testo, ossia di preservare nonché valorizzare l’identità di questi territori. Cultura, tradizioni, valori, paesaggio. Nell’estrema diffidenza della società contemporanea, di crisi nella crisi, in cui la crisi è divenuta regola fondante e imperante, per poter ripensare il futuro serve una educazione alla memoria e la conoscenza del passato. Chi controlla il passato, controlla il futuro. Un logos sull'archaios per giungere ad un pensiero prospettico proiettato in avanti. Il non ancora come speranza e promessa.

 

Oggi invece tutto è istante. Dal mito del potere assoluto dell’uomo faber, costruttore della storia, siamo passati ad un uomo impotente che in mancanza della felicità si accontenta di evitare l’infelicità. La complessità del mondo ha reso il domani imprevedibile e l'avanzamento inarrestabile delle tecnoscienze ha solamente inasprito la fiacchezza di una umanità naufragata, in continuo stato di emergenza. «Io era spaventato di trovarmi in mezzo al nulla, nulla io medesimo. Io mi sentiva come soffocare considerando e sentendo che tutto è nulla, solido nulla»[^G. Leopardi, Zibaldone]. Un terrore che rende incapaci di elaborare un pensiero. Il progresso non ci ha reso più liberi. Siamo di fatto più istruiti ma sempre più ignoranti e il prezzo dell’ignoranza è la mancanza di libertà. Siamo schiavi moderni.

 

L’attuale cambiamento antropologico, scientifico e ambientale sta decostruendo le modalità dell’esistenza sociale. L’individuo è esternalizzato, inconsistente e trasparente. Manca di corpo e di conflittualità interiore. Miliardi di informazioni in cui perdersi, la tecnologia a urlarci tutto è possibile eppure siamo dominati dall’inerzia e avviati alla paralisi. Il macro incombe, il micro soccombe. Questa è l’era dell’uomo modulare e da rottamare. La società delle tecnoscienze non ha bisogno dei vecchi e purtroppo nemmeno dei giovani. Ecco il nuovo mito del giovanilismo e dell’infantilismo, in cui non esistono ruoli, in cui non esistono padri e figli. Tuttavia il vecchio era colui che custodiva la memoria e il giovane colui che lottava per costruire il futuro.

 

In questa perdita di identità, diveniamo terra di conquista, facili prede di un processo di colonizzazione totale, anche dell’umano. Avanzano i nuovi totalitarismi dei tecnici e degli esperti, lo stato diviene terapeutico e il cittadino si trasforma in un malato che delega diligentemente le proprie responsabilità. La recessione, non solo economica, è in atto.

 

«Dobbiamo amare i nostri ieri, ma non portarli come un peso nel futuro. Ogni generazione deve prendere nutrimento dalle altre e dare conoscenza a quelle che vengono dopo» (Ardis Whitman).

 

La memoria è il baluardo di quella identità collettiva ed individuale che ci permette di avere una cittadinanza inconfutabile, un’appartenenza certa e una provenienza sicura. Un'identità storico-culturale da tramandare alle generazioni a seguire in un continuum vitale di conoscenza e reciprocità. Una restituzione in cui a prevalere sono i valori di una storia autentica e infinita non più destinata all’annichilazione.

 

Insomma una lingua e una terra natía: questa storia, questa terra, questa città di Pavia.

PROLOGO 

Per ricordare, per conservare, per essere

-Ivan Rizzi - 

- Pierluigi Tozzi -